Ghiacciaio del Morteratsch con il massiccio del Bernina sullo sfondo all'alba, Grigioni, Svizzera

Stelle cadenti e cieli d’alta quota

Attendo il buio. Lo aspetto con la speranza un po’ infantile di poter consegnare al firmamento almeno uno dei tanti desideri che ogni giorno affollano la mia mente. È un rito che ripeto da anni, sempre identico a se stesso: il naso all’insù, l’attesa della scia, la formula muta pronunciata in un lampo. Ma stasera, mentre aspetto, mi fermo su un pensiero che di solito lascio correre senza fermarlo.

Il motore e il desiderio

Cosa accadrebbe se quel desiderio, concepito, espresso, affidato a una stella, venisse davvero esaudito? Me lo chiedo sul serio, non per gioco. Forse che un desiderio soddisfatto segni la fine della spinta che lo ha generato. E se fosse così, allora non posso, non devo, non voglio risolvere i miei desideri, pena ritrovarmi senza benzina per un motore ormai ingolfato. Meglio tenerli lì, accesi, mai del tutto spenti, come si tiene viva una brace sotto la cenere per non doverla riaccendere da capo.

È lo stesso struggimento di cui ho scritto parlando di Sehnsucht: quel desiderio che vale più per la tensione che genera che per la meta che promette. Forse è lo stesso motivo per cui salgo in quota, per cui aspetto il buio ai bordi di un sentiero invece che comodamente da una finestra. Non è la vetta del desiderio che cerco, ma il cammino che il desiderio stesso mi impone di fare, passo dopo passo, fiato dopo fiato. Un desiderio esaudito è un sentiero già percorso: bello da ricordare, inutile da rifare. Meglio lasciarlo aperto, come un varco che non si chiude mai del tutto, qualcosa da attraversare ancora e ancora senza mai davvero raggiungerlo.

Il buio non basta

E poi eccolo, il buio, l’ingrediente principale di questa ricetta. Ma la voglia di spingermi di nuovo là fuori, sul serio, proprio non ce l’ho. Forse ho paura che le stelle esaudiscano qualcosa, e che io mi ritrovi a fare i conti con un merito tanto agognato quanto, in fondo, rifiutato. È una riflessione interessante, questa, e dietro si nasconde forse quella parola che ultimamente mi accompagna spesso: pigrizia.

Attendere il buio e assecondare le inquietudini della mente, mentre il corpo vuole solo restare sul divano, non è cosa semplice. Il buio, da solo, non basta: va cercato, costruito, voluto, un po’ come il silenzio di cui ho scritto altrove, quello che raramente arriva per caso e che richiede una costruzione meticolosa, sera dopo sera, per farsi davvero abitare. Il cielo notturno, in fondo, è un paesaggio come un altro: pietra, acqua e bosco hanno lo stesso bisogno di essere raggiunti, di essere meritati con la fatica di uscire di casa. Guardo la montagna allo stesso modo in cui dovrei guardare il cielo, senza pretendere di conquistarla, aspettando che sia lei a concedersi. Ma questa sera la montagna la fotografo lo stesso, il cielo no. Forse perché la prima chiede solo di essere raggiunta, il secondo pretende anche di essere desiderato con tutte le proprie forze, ed è proprio questo, stasera, che mi manca.

Pendii montani che digradano nell'ombra blu della sera

Le Perseidi mancate

La settimana scorsa, letto il solito articolo sulle Perseidi, avevo di nuovo accarezzato l’idea di un’uscita notturna. Poi, lo stesso giorno, l’eclissi di sole al tramonto: perfetto, mi sono detto, due promesse di cielo nello stesso pomeriggio. E invece le energie latitano, così come le idee. La nuvola di Fantozzi, onnipresente, fa la sua comparsa proprio sul più bello, proprio quando servirebbe un cielo sgombro.

Mentre i presenti si affannano nel cercare l’ultimo sguardo al sole che sparisce, contendendosi il varco tra le nubi, io lascio che il mio occhio vaghi lungo i pendii che assediano la mia postazione. Non è distrazione, credo. È che il paesaggio, quello vero, non smette mai di offrirsi solo perché lo spettacolo atteso non arriva.

L’arcobaleno improbabile

Per qualche minuto compare un arcobaleno improbabile, mentre a est infuria una tempesta che qui arriva solo come qualche goccia e un vento brioso sulla pelle. Due luci diverse, due cieli nello stesso cielo. Cala la sera, ma le stelle non le vedo. Guardare altrove, quando tutti guardano nello stesso punto, è forse l’unica cosa che ancora so fare davvero.

Fotografare, del resto, è sempre stato questo per me: uno scarto laterale dello sguardo, un piccolo tradimento del punto di vista comune. Restituire non l’evento atteso, ma quello che succede ai suoi margini, mentre nessuno guarda.

Cielo drammatico a est con nuvole di tempesta in avvicinamento

Le ombre che vincono

Poi il movimento. Gli scarponi calzano il sentiero e con passo frettoloso guadagno il fondovalle, mentre le ombre salgono dalle profondità della terra, non scendono dal cielo come ci si aspetterebbe: risalgono, come una marea lenta che riempie prima le gole, poi i boschi, poi i prati. Contro queste ombre la luce delle stelle non può nulla, meglio rincasare.

Non è una resa, o almeno non voglio chiamarla così. Ci ho già scritto, tempo fa, che fermarsi non è cedere, e forse stanotte vale lo stesso anche per chi torna prima di aver visto quello che era venuto a vedere. C’è una soglia, in questo rientrare a passo svelto, che non è meno vera della soglia di chi resta fuori tutta la notte con gli occhi al cielo.

Resto con la sensazione di aver mancato qualcosa: le Perseidi, l’eclissi, il cielo intero. Ma forse quello che cercavo non era davvero lassù. Forse il desiderio più onesto è proprio questo: non guardare le stelle, e continuare comunque a desiderare.

Chissà se anche a voi, qualche sera, capita di attendere il buio e poi, quando arriva, di non avere più voglia di uscirgli incontro.

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