Il rimedio alal bruttezza è immergermi nella natura

Bruttezza

Penso che ognuno abbia un punto oltre il quale non si riesce più a trattenere. Come un lavandino che si riempie troppo e, prima che l’acqua trabocchi e inondi tutto, trova scampo in quel piccolo foro di sicurezza.

Quel foro, per me, è la montagna.
Il mio tubo di scarico.
Il pozzo nel quale lascio colare tutto il marcio accumulato nel tempo.

Non è sempre la montagna, per tutti.
Per qualcuno sarà il mare, per altri un bosco, una terrazza silenziosa, un cane, una madre, un libro.
Chiunque abbia un luogo così, anche solo per un attimo, è fortunato.

Il mio rifugio dal mondo è questo: un luogo fisico e mentale dove disfarmi del superfluo, del tossico, del brutto.
Oggi mi sono accorto che ho raggiunto il limite.
Troppo asfalto.
Troppe code.
Troppa gente ottusa, rumorosa, incattivita.
Troppa bruttezza, tutta insieme.

E la bruttezza pesa. Ti si appiccica addosso, ti ostruisce i sensi, ti sfianca.

Quando arrivo a questo punto, l’unica strategia di sopravvivenza è il ripiegamento.
Stringermi, chiudermi, isolarmi per lasciare fuori il mondo — perché il mondo, in quei momenti, non mi serve. Anzi, mi danneggia.

Ripenso a due scene che per me hanno sempre incarnato alla perfezione questo stallo emotivo, questo eccesso che chiede sfogo:

Due esplosioni diverse, ma nate dalla stessa saturazione. Due uomini con il troppo pieno addosso.

Io, per ora, prendo lo zaino e salgo.

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