Incamminarsi nel bosco, quando ancora la notte incombe sulle mie spalle, è un momento di estrema realtà.
La realtà si manifesta in tanti modi, nel mio caso avverto la presenza degli spettri che si nascondono al buio dietro i tronchi di abete e larice.
Mi accorgo che tengo lo sguardo rivolto in basso evitando di guardarmi troppo intorno. La paura di scorgere qualche spettro emergere dal folto del bosco è troppo forte. Molto meglio far finta di niente e camminare decisi.
L’attesa che rischiari sembra non finire mai.
È una lenta agonia quella che porta il crepuscolo a sostituirsi alla notte.
Prima che la luce si faccia strada, la realtà si manifesta attraverso il canto degli uccelli.
È una progressione lenta che dal silenzio della notte sfocia nella cacofonia dell’alba.
Io, come un viandante senza meta, mi aggiro all’interno di questo bosco che ormai conosco bene ma che ora, nella realtà della notte, appare come un pianeta sconosciuto.
A stento riconosco i punti di riferimento a cui sono abituato. Un passo dopo l’altro, come il pendolo dell’orologio, scandisco i secondi che mi separano dalla luce.
Non ho paura, ma non sono tranquillo. C’è quello strano senso di pericolo dato dalla privazione della vista che mi tiene vigile.
Poi, a un tratto, la percezione cambia. Non è ancora luce, ma qualcosa nella qualità dell’ombra si ammorbidisce. Il nero si fa blu, il blu si fa grigio. È il preludio dell’alba. Il bosco, lentamente, comincia a restituirmi le sue forme, i suoi contorni familiari.

Proprio in quel momento, dopo l’ultimo tratto in salita, arrivo al lago.
È lì, immobile, sospeso in una quiete irreale. Una superficie scura che riflette appena il cielo ancora incerto. Il bosco alle mie spalle tace, come se anch’esso si fermasse a contemplare.
Non c’è rumore, non c’è vento. Solo io, il mio respiro, e quella prima luce che filtra come un sussurro, sfiorando le creste e scivolando sul lago.
Il mio fiato si mescola a un sottile strato di vapori che aleggia sul pelo dell’acqua: è come se il mio corpo contribuisse a quella nebbia, fragile confine tra la notte e il giorno.
Gli spettri, ora, sembrano del tutto svaniti. Non perché non esistano più, ma perché qui, davanti a questa distesa d’acqua, non hanno più nulla da dire.
Mi fermo a bordo lago lasciando che lo sguardo vaghi libero.
E mentre il giorno prende lentamente il suo posto, sento che anche io, per un momento, ho trovato il mio.
Se ti va, raccontami la tua esperienza nei commenti o scrivimi. Mi piacerebbe ascoltare altri sguardi su quel momento fragile in cui la notte cede il passo al giorno.



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