Un incontro recente mi ha portato a camminare in una montagna sconosciuta, guidato da chi conosceva il sentiero.
Da quel giorno, penso spesso a cosa significhi affidarsi e fidarsi, quando si attraversa un paesaggio nuovo.
Andare in un posto nuovo richiede un atto di affidamento
Si può scegliere se affidarsi a una persona o affidarsi al luogo stesso.
Sono due approcci molto diversi, non in contrapposizione, ma che portano a vivere il paesaggio in modi profondamente differenti. In entrambi i casi, però, si tratta di una rinuncia parziale al controllo, di un’apertura all’imprevisto, di una disponibilità a farsi trasformare da ciò che ancora non conosciamo.
Il primo modo di affidarsi, quello verso una persona, implica un atteggiamento più passivo.
Per quanto uno possa essere intraprendente o curioso, il fatto stesso di seguire qualcuno comporta una forma di abbandono: deleghiamo all’altro la responsabilità del percorso, l’orientamento, la scelta dei tempi e dei modi di attraversare il paesaggio.

A lei — o a lui — affidiamo non solo la strada da percorrere, ma anche una parte delle nostre aspettative. E, senza rendercene conto, anche una quota della nostra emozione.
A volte, camminando dietro a qualcuno, si osservano dettagli che altrimenti sfuggirebbero: il ritmo dei suoi passi, la postura, il modo in cui si ferma a guardare un particolare. E in quei piccoli gesti si trova la prima forma di fiducia.
Questo tipo di affidamento non è privo di profondità : anzi, richiede a sua volta un gesto fondamentale, che è il fidarsi.
Fidarsi di chi ci conduce, fidarsi della sua capacità di leggere il territorio, di interpretare i segnali del cammino, di scegliere per noi il ritmo giusto tra cammino e sosta, tra esplorazione e riposo.
Il secondo modo è molto diverso e, in qualche modo, più radicale.

Consiste nell’affidarsi al luogo stesso, senza intermediari.
Qui la fiducia si sposta: non è più riposta in un’altra persona, ma nell’incontro diretto con il paesaggio.
È concedere al territorio l’azione della sorpresa, accettare che sia il luogo a condurre il gioco. È un gesto forse più intuitivo, più sentimentale, che presuppone una forma di ascolto profondo.
A volte basta il rumore del vento tra gli alberi, o l’apparire improvviso di un torrente che scintilla tra le rocce, per sentirsi accolti.
In quei momenti, il paesaggio sembra sussurrare che ogni passo, anche il più incerto, aveva già un suo posto.
Affidarsi al paesaggio è come riconoscere, silenziosamente, che esso può offrirci un risarcimento: per la fatica del corpo che avanza, per il timore dell’ignoto che accompagna ogni passo, per le domande che ci portiamo dentro.
Il risarcimento arriva sotto forma di meraviglia: un panorama inatteso dopo una lunga salita, una radura che si apre all’improvviso, un gioco di luci e di ombre che trasforma la fatica in gratitudine.
Capita, lungo il cammino, di imbattersi in un dettaglio insignificante agli occhi di altri: una radice contorta, una pietra dalla forma curiosa, una piega particolare della terra.
Eppure, per chi osserva con attenzione, anche queste piccole cose diventano risposte.
In entrambi i modi, l’affidarsi si intreccia sempre con l’incertezza.
Il cammino, che sia mediato da una guida o affidato al puro caso, resta una sospensione tra il conosciuto e l’ignoto.
È proprio il punto interrogativo a caratterizzare ogni esplorazione: la domanda che accompagna ogni curva del sentiero, ogni bivio non segnalato, ogni dislivello imprevisto.
Questo stato di sospensione si prolunga fino a quando il viandante non raggiunge la sua destinazione.
Che si tratti di un cammino circolare — in cui il punto di partenza coincide con il punto d’arrivo — o di un cammino lineare — che prevede un ritorno lungo la stessa via — la fine del percorso è sempre, in qualche modo, un atto di riconciliazione.
Tornare al punto di partenza non significa essere uguali a quando si è partiti
Qualcosa è cambiato: uno sguardo, un pensiero, un respiro che si è fatto più ampio.
È il momento in cui l’affidamento trova compimento, il momento in cui l’interrogativo si scioglie in risposta, e il viaggiatore può voltarsi indietro e vedere nella strada percorsa non solo una sequenza di luoghi attraversati, ma una trasformazione interiore compiuta.
In fondo, ogni cammino è una forma di fiducia: fiducia che il paesaggio, o chi ci guida, o il nostro stesso passo, sappia portarci dove dobbiamo arrivare.
Anche senza sapere da subito quale sarà il nostro vero approdo.
Leave a reply