Alla fine del settimo mese mi incammino sul sentiero diretto verso il bosco. È un sentiero a tratti scomodo, decorato con sassi scivolosi.
La pioggia notturna rimane come un ricordo su foglie, fili d’erba, tronchi.
Come un pellegrino diretto al suo santuario, anche io cammino silenzioso e ripiegato su me stesso in un atto di meditazione cercando di lasciare andare le mie tante resistenze.
Allungo il braccio destro e posso quasi toccare l’acqua del torrente che scorre fragorosa.
Allungo il piede sinistro e compio un passo dentro al bosco.
Allungo la mano sinistra e mi aggrappo a un tronco umido di faggio.
Una goccia mi cade sulla fronte. No, non è pioggia, è solo il suo ricordo.
Il sentiero da largo si fa stretto, un pertugio attraverso il labirinto della mia mente.
Lasciare andare. Lasciare andare. Lasciare andare.
Questo zaino che porto sulla schiena altro non è che la manifestazione dei fardelli che la vita sta accumulando sulle mie spalle.
Mi fermo a gettare uno sguardo in alto. Una radura tra le fronde mi lascia intravedere il cielo blu solcato da nuvole bianche.
È una parentesi questa.
Il mio sentiero si fa erto. Sudo. Le gocce continuano a cadere dagli alberi sparpagliandosi ovunque.
Lasciare andare. Lasciare andare. Lasciare andare.
Giungo quindi nel luogo in cui le acque si sono ricavate uno spazio per giacere in tranquillità.
Un flusso continuo là in fondo mi ricorda che sono un eterno divenire.
Mi spoglio lasciando andare le mie certezze e accogliendo le mie paure.
Immergo prima il piede destro. È sempre il destro il primo. È sempre il destro il responsabile.
L’acqua cinge la mia coscia. Immergo il piede sinistro.
Ecco sono in acqua. Ecco finalmente il freddo. Non un morso, no solo un abbraccio accogliente.
Muovo i miei passi tastando il fondo del mio cuore. Non tutto è sicuro, stabile. Mi appoggio affidandomi alla roccia e scendo.
Scendo nelle profondità più oscure del mio cuore e della mia mente.
Mi sento bene. Mi sento a casa.
Lascio che il freddo risalga dalle profondità della terra fino al mio petto. Fino ad insidiare il mio cuore. Lo ascolto. Ascolto il mio corpo, il mio cuore.
Sono felice.
E mi basta.




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