Alla fine del decimo mese, lungo un sentiero ombroso, mi inoltro in un bosco di larici. Il sentiero ricoperto di aghi gialli attutisce il mio cammino. La magnificenza di questo ambiente mi infonde un senso di meraviglia. Il vento canta la sua melodia suonando i larici. Come tante piccole note, gli aghi prendono il volo dai rami verso destinazioni ignote.
Nel bosco d’oro: il passo che ascolta
Ogni passo è un accordo sommesso. La terra assorbe il rumore delle suole e restituisce silenzio. I larici, vestiti d’oro, oscillano appena: basta un soffio per trasformare la chioma in uno strumento a corde. Il fruscio sale, si allarga tra i tronchi, rimbalza da una costa all’altra come un coro che non ha bisogno di parole. Qui l’autunno non urla: sussurra.
Cammino e mi lascio accordare. Il corpo diventa un diapason capace di misurare il vento: c’è un punto, nel respiro, in cui l’aria che entra e l’aria che esce coincidono per un istante. In quell’istante sento di appartenere alla stessa sostanza che muove gli aghi e piega le cime. Non devo aggiungere niente, solo stare. La montagna insegna l’essenziale per sottrazione: toglie peso, lascia traccia.

Fotografare come ascolto (non come cattura)
Fotografare, qui, è un gesto di ascolto. Davanti a un bosco di larici la tentazione è afferrare la bellezza e trattenerla, ma so che non funziona così. Il vento è ciò che passa: lascia segni minimi, sposta una luce, muove una soglia. L’immagine che cerco non è il vento in sé — che non si vede — ma la sua impronta: il volo di due aghi rimasti impigliati nell’aria, la vibrazione di un ramo tradotta in sfocatura, una caduta lenta come neve rovesciata. La fotografia, allora, diventa spartito: a rivederla, posso quasi risentire la musica che l’ha generata.
Mappe di aghi e variazioni del respiro
Mi fermo dove il sentiero piega e apre uno squarcio di cielo. Gli aghi a terra disegnano correnti, piccole dune dorate: è una mappa in movimento, cancellata e riscritta a ogni refolo. Penso a quante volte ho cercato parole per dire “meraviglia” e a come il bosco, invece, scelga di dirla per sottrazione: togliendo colore alle ombre, togliendo peso ai passi, togliendo fretta al pensiero. La bellezza appare quando cessa il bisogno di nominarla.
Non so dove finiranno gli aghi che si staccano ora. Forse contro la riva di un torrentello; forse nella piega di un masso; forse tra le pagine del mio taccuino, che in autunno si riempie di detriti benigni: briciole di luce, polvere di resina, promemoria di vento. Li porto con me come si porta un indizio: non spiegano, indicano.
Riprendo il cammino. Ogni volta che il vento sale, il bosco si anima e suona un tema leggermente diverso. È questa variazione continua a tenermi desto: so che non potrò ascoltare la stessa melodia due volte. Eppure, proprio per questo, sento una forma di pace: non devo ripetere, non devo riprodurre; devo solo esserci, e lasciarmi attraversare.
Uscire dal bosco, portarne l’eco
Quando esco dal bosco, la luce ha cambiato registro. Sulle spalle resta un odore di resina e di freddo pulito. Nelle scarpe, la sabbia sottile degli aghi macinati. Nel cuore, un’eco: il vento suona i larici, e il mondo — per un poco — suona anche me.

E tu, che melodia hai ascoltato?
Se ti è capitato di ascoltare il vento suonare un luogo — un bosco, un crinale, una valle — raccontamelo: quale melodia hai riconosciuto?



Leave a reply