Alla fine del decimo mese mi ritrovo tra spesse mura di pietra, mentre fuori cade una pioggia leggera ma ostinata. Nubi si accalcano negli anfratti della valle e vecchie contrade, ormai disabitate, affiorano a tratti dal vapore grigio come isole che ricordano il loro nome. L’odore di legna bagnata filtra sotto la porta, la casa respira lenta.
Nel focolare la fiamma danza e non si ripete mai: s’inchina, si rialza, si divide, si ricompone. Il suo chiarore strappa brandelli alle ombre e li appende alle pareti. Un’unica finestrella esposta a sud raccoglie quanto può del giorno; la luce che entra è fredda, diluita, come acqua sul vetro. Alle mie spalle, le ombre avanzano in silenzio, evocando un tempo non così remoto.
C’è un punto di incontro a mezzavia, sul pavimento, dove le due luci si sfiorano: caldo e freddo, interno ed esterno, due universi che toccandosi ne generano un terzo. Non so dargli un nome. È una soglia discreta, ma tenace. Basta fermarsi e guardare: cambia con un crepitio del fuoco, con un sospiro del cielo.
Resto seduto e fisso i movimenti della fiamma, mai uguali a se stessi. La pioggia picchietta sul davanzale, il legno schiocca a tempo. Il corpo lascia andare un poco, il respiro trova un passo più largo.
Apro il libro di questi giorni. Leggo una pagina e mezza, poi le righe si sfilacciano; gli occhi scivolano come sul muschio. Capisco che oggi non serve forzare: non è il giorno del fare, è quello dello stare. La casa si fa intercapedine, pausa tra ieri e domani.
Porto ancora nelle mani l’odore del bosco bagnato, la resina, la pietra scura che luccica di pioggia. Gli scarponi sono lì, accanto alla porta, i lacci avvolti come promesse. Un sentiero che non conosco mi aspetta da qualche parte nella valle. Il riposo di adesso è la sua premessa.

Il tempo scorre senza annunciare nulla: la fiamma consuma, la pioggia insiste, la finestra smorza. Lascio che la stanchezza dica la sua, senza oppormi. Appoggio il libro, richiudo la coperta sulle ginocchia, ascolto il battito che rallenta.
Interno, giorno. Nulla di eroico. Eppure, in questo equilibrio povero, si prepara il passo. Quando la pioggia allenterà la presa, saprò alzarmi. Per ora, basta restare qui, presente, mentre fuori la valle si raccoglie e dentro il fuoco fa il suo lavoro.
Ti va di condividere la tua “soglia”? Un momento o un luogo in cui dentro e fuori si incontrano. Raccontamelo nei commenti.
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