Alzarsi per cambiare prospettiva

Alla fine dell’ottavo mese mi incammino lungo una mulattiera decorata dalle mucche al pascolo. Una distesa di sassi taglienti accompagna il cammino, mentre un vento scomodo si infila ovunque non dovrebbe.

In fondo alla valle il rombo della modernità ruggisce, dove il solito serpente d’asfalto serpeggia tra i prati verdi.

Oggi la parola d’ordine è: alzarsi.

Perché alzarsi?

Per cambiare prospettiva bisogna rimuovere ciò che ostacola lo sguardo. E per me esiste un solo modo: salire.

Alzarmi significa:

  • lasciarmi alle spalle i rumori,
  • concedermi di guardare lontano,
  • osservare da un punto di vista diverso.

È però un processo lento, che avviene passo dopo passo. Ho dormito pochissimo, ho appena archiviato quattro ore di auto: il corpo chiede tempo, non forzature. Serve assecondare il ritmo, lasciando che mente e respiro trovino un equilibrio con l’altitudine e la temperatura.

Liberare la mente e lo sguardo

Questo movimento costante diventa un invito a distogliere l’attenzione dal solo camminare. È uno scambio continuo tra respiro, passo e sguardo.

Il paesaggio cambia con me. Oggi accolgo la solitudine come un’opportunità di ascolto e rigenerazione.

Ogni passo è una conquista contro il mio alter ego che mi vorrebbe sul divano a sorseggiare birra. Ma è anche una conquista in consapevolezza: di chi sono, di dove mi trovo, della bellezza e dei rischi che mi circondano.

Il sentiero non è quello che avevo previsto. Poco male: serve flessibilità, come sempre. E continuo a salire, finché il fondovalle scompare e mi ritrovo improvvisamente nel nulla.

È una sensazione potente: essere assediato, dominato da questo ambiente totalizzante.

Condensare le energie in uno scatto

Dopo un paio d’ore tra pietraie la stanchezza si fa sentire. Ma alzo lo sguardo e intravedo le creste del gruppo del Bernina: segno che l’alzarsi sta portando i suoi frutti.

Mangio, riposo, ascolto il corpo e lascio spaziare lo sguardo. Dire che è bellissimo è riduttivo.

Decido di salire ancora un paio di centinaia di metri per fotografare. La luce è buona, le nuvole si muovono creando la coreografia di luci e ombre che aspettavo. Con lentezza e pazienza raggiungo un punto panoramico soddisfacente.

Avevo archiviato l’idea della vetta, ma ora mi sento abbastanza bene: la voglia di guardare a 360 gradi ritorna.

Un passo dopo l’altro guadagno metri, mi fermo quando il cuore reclama pausa, riprendo fiato e continuo. Finché, quasi senza accorgermene, raggiungo i 2959 metri del Piz Lagalb.

Sono contento: non pensavo di farcela. Adesso che più in alto non posso andare, mi concedo l’infusione di bellezza che solo l’altitudine regala.

Nella fotografia di montagna è sempre necessario cambiare prospettiva

Da qui la prospettiva cambia davvero: le montagne, che da valle guardo con curiosità, assumono nuove forme e geometrie. Sono sempre le stesse, eppure diverse. È come scoprire l’altra faccia di un misterioso oggetto.

Scatto qualche foto, non le migliori della giornata la luce è ormai andata, ma ciò che resta è un grande senso di benessere nell’essere qui, da solo.

È una conquista, ed è solo mia.

Fotografia e montagna: un binomio impegnativo

Negli ultimi mesi mi sono chiesto spesso quanta energia serva per produrre anche una sola fotografia.

Non voglio dare numeri, ma ricordare che lo sforzo profuso per raggiungere un luogo determina la finestra utile per esprimere creatività.

Anche questa volta le mie energie si sono esaurite appena iniziata la discesa, rendendo impossibile altri scatti interessanti. Non è una recriminazione, ma la presa di coscienza che tra tutte le variabili della fotografia di montagna, la presenza psicofisica è quella che decide davvero il risultato.

Nella fotografia di montagna le energie profuse per raggiungere la giusta location giocano un ruolo fondamentale

Alzarsi non è solo fatica, ma un gesto che cambia lo sguardo e il modo di abitare il mondo.

E tu? In quale momento della tua vita hai sentito il bisogno di alzarti per cambiare prospettiva?


Articoli simili

  • Ecologie native

    “Chi ha scoperto le Hawaii?” La riposta a questa domanda mi ha aperto gli occhi su di un pensiero così profondo e semplice da essere quasi banale e al tempo stesso sconvolgente. Quando leggiamo o ci sentiamo dire: “la storia la scrive chi vince” dobbiamo renderci conto che oltre alla lapalissiana verità della frase, quello…

  • Paolo Pellegrin – La fragile meraviglia

    Quando, qualche mese fa, sono venuto a conoscenza della mostra “La fragile meraviglia“, ho deciso che dovevo assolutamente vederla. Da tempo seguo ed apprezzo il lavoro di Paolo Pellegrin, e la curiosità di vederlo impegnato su di un tema a lui nuovo come la fotografia di natura/paesaggio mi incuriosiva parecchio. L’impressione generale è quella di…

  • Fase 1

    Oggi si chiude la fase 1 o almeno così ci hanno detto. Non è dato sapere quante fasi però ci saranno né se si ripeteranno. Come tutti, anche noi costretti tra le quattro mura domestiche dal Covid-19 ci siamo ingegnati per cercare di inserire nella routine quotidiana qualche elemento di novità. Vivere a ridosso del…

  • C’è un fremito nel bosco

    Scendo dall’auto e vengo accolto da una temperatura croccante. Non sono ancora pronto per il sottozero, ma tantè che ormai sono qui quindi inutile tergiversare. Mi incammino verso il bosco pensando che forse mi sono vestito troppo poco e male. Non è un gran periodo e come spesso mi accade, la superficialità prende il sopravvento…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *