Il peso della carta: perché stampare le fotografie
In casa dei miei, in sala da pranzo, c’era un armadio con un cassetto in fondo. Uno di quei cassetti che un bambino apre a fatica e che immancabilmente finiscono di sbieco, bloccati. Dentro stavano le fotografie di famiglia e, sotto, le cartine stradali piegate male, compresa un’enorme cartina dell’Europa intera. Da bambino lo aprivo di continuo, senza sapere cosa cercavo. Con le fotografie ricordavo, con le cartine partivo. Nessuna delle due cose aveva bisogno di una batteria.
Non l’ho mai pensato come un’educazione. Ma è lì che ho imparato che le immagini e i luoghi stanno in un posto, hanno un peso, si possono perdere e ritrovare.
Le dita che ingrandiscono
Oggi scatto più di quanto potrei mai guardare. Non so quante fotografie faccio in un anno e ho smesso di chiedermelo, perché la risposta non cambia niente. Quasi tutte finiscono su un disco, in una cartella, in un punto che non rivedrò. Non è un dramma, è una constatazione: un’immagine che non incontro più smette di essere un’immagine e diventa un file.
Poi c’è una cosa di cui mi sono accorto da poco, e che mi imbarazza. Il mio corpo ha imparato lo schermo prima di me. Una sera ero alla scrivania con una rivista in mano, davanti a una fotografia che non riuscivo a mettere a fuoco. Le dita sono partite da sole, per ingrandirla. Mi sono guardato farlo come si guarda un estraneo. E la fotografia, naturalmente, è rimasta com’era.
È una scena minuscola, ma da lì sono partito. Ho chiuso la rivista, ho aperto una scatola di stampe e ne ho presa una. Un po’ lucida da una parte, ruvida dall’altra. Pesava poco. Non c’era niente da ingrandire, e andava bene così.
Quello che una stampa costa
Quando una fotografia è stampata, qualcuno ha dovuto decidere che lo meritasse. Prima di tutto la scelta: tra mille immagini quasi uguali, ne è rimasta una. Poi il tempo: selezionare, preparare, aspettare. Poi il denaro, che non è un dettaglio, perché quello che spendo per stampare è tempo di lavoro che ho dato a qualcos’altro. Un file non costa niente e perciò non pesa. Una stampa pesa, e quel peso è attenzione che ho già pagato. Ci giro intorno da tempo: è lo stesso motivo per cui continuo a stampare, contro lo scorrere infinito dello schermo.

Ultimamente ho stampato una serie di fotografie che ritraggono il dettaglio di una pozzanghera ghiacciata. Mi riportano a quel momento, allo scatto, all’esperienza intera. Ma mi ricordano anche di cosa è capace la natura, e ogni volta che le guardo mi emoziono.
Quando sono arrivate dal laboratorio e ho aperto il pacco, ho capito subito che almeno due dovevo appenderle in casa. Ho recuperato cornici e passepartout e mi sono messo ad armeggiare. Oggi stanno appena a fianco della porta d’ingresso, tra le prime cose che si vedono entrando. Due stampe azzurre, cerchi concentrici. Astratte e allo stesso tempo così concrete.

Dodici volte la stessa scelta
La fanzine nasce da qui, ed è la stessa cosa moltiplicata per dodici. Dodici mesi, dodici fotografie, dodici testi scelti uno per uno, messi in una sequenza che si apre in un modo solo. Non voglio dire che sia migliore di una stampa sola: è un’altra scala. Chi la riceve deve fare un gesto con le mani, appoggiarla su un tavolo, voltare le pagine. Occupa uno spazio. È un oggetto che chiede tempo per essere letto, e in questo senso mette in pratica il rallentare di cui parlo da anni, fin dalla prima fanzine.
Lo schermo vede, la carta resta
Un’altra cosa mi è capitata quest’estate. Ero sul fianco di una morena, con un ghiacciaio sotto di me e la macchina in mano. Ho scattato e non ho visto niente. Due mesi dopo, alla scrivania, davanti a uno schermo, quella fotografia mi ha mostrato quello che avevo perso: una forma, qualcosa che somigliava a una mano.
Quindi lo schermo non è il nemico. Scopre, a volte meglio di me. Ma la prima cosa che ho pensato guardandolo è stata che dovevo stamparla. Avevo bisogno di tenerla, di passarci le dita sopra. Lo schermo mi aveva fatto vedere; la carta mi serviva per restare.

Quello che la carta non sa
Poi ci sono i limiti, e vanno detti. Una stampa non è sempre migliore dell’originale. Mi è stato scritto, con gentilezza, che le mie foto erano ancora meglio di come le avevo stampate, e ho dovuto riconoscerlo. La carta può tradire: ingiallisce, si piega, si rovina in un cassetto umido. Anche una mappa mente: dice una parte del terreno e non il vento al valico, e io, che amo le mappe da quando avevo cinque anni, l’ho capito solo camminando.
Non voglio scrivere un elogio della carta come se fosse la verità. Il digitale non invecchia, e questo gli permette di non svanire. L’analogico patisce il tempo. Forse è per questo che gli voglio bene: mi somiglia.
Non tutto merita di essere stampato. Anche questa è una scelta, a volte difficile, ma necessaria per dare valore alle fotografie. Mi è capitato, quando non ci ho messo abbastanza attenzione, di mandare in stampa immagini che non lo meritavano, o con errori di post-produzione. Stampare le fotografie, tutte, sarebbe solo un altro modo di non sceglierle.
Il cassetto, ancora
Ogni tanto, quando torno a vedere quell’armadio, mi chiedo se le cartine e le fotografie siano ancora lì. Non mi sono mai attentato a verificare. Forse per paura di una delusione.
E tu, ce l’hai un cassetto così? Cosa c’è dentro, e da quanto non lo apri?
La fanzine di quest’anno è pronta per partire: dodici mesi, dodici scelte. Se vuoi riceverla a casa, la trovi qui.
