Fotografare ciò che sta per sparire: la luce d’autunno
Una mattina di inizio ottobre sono uscito che era ancora buio. Il giorno prima avevo studiato cosa volevo fotografare: il Piz Ot, con la sua parete esposta a est. Il passaggio perturbato aveva lasciato neve intorno ai 2200 metri. Se il cielo si fosse aperto, il primo sole l’avrebbe presa in pieno.
Ho risalito il sentiero nella penombra che precede il giorno. Non avevo bisogno di cercare. Andavo verso un punto panoramico che conosco, uno di quei luoghi da cui so che la montagna si lascia vedere come la immagino.

L’attesa
Poi ci si ferma. E si aspetta.
L’aria era croccante, di quel freddo pulito che arriva dopo la neve. Alle mie spalle le nuvole si addensavano e io continuavo a voltarmi. Il sole sarebbe uscito basso sull’orizzonte o sarebbe rimasto dietro quel grigio? È una domanda che non ha risposta finché la luce non arriva, e nel frattempo il corpo si raffredda e la testa corre avanti.
L’attesa, lo confesso, è stata snervante. Non è la quiete contemplativa che a volte si immagina. È tensione: mani in tasca, occhi che vanno dalla cima al cielo e ritorno, il dubbio di essere salito per niente. Eppure è proprio lì, in quel tempo senza garanzie, che si decide qualcosa.
Perché ottobre
Da anni dedico almeno un paio di settimane, tra la metà e la fine di ottobre, al cammino e alla fotografia. Non è solo una questione di colori. È una questione di luce.
Il sole è già basso nella sua parabola. Al mattino i boschi e le montagne si riempiono spesso di vapori e di nubi, e la luce d’autunno prende quella consistenza morbida che anticipa l’inverno. Il bagliore dell’estate se n’è andato. Le ombre si sono allungate di nuovo.
C’è un paradosso che sento ogni anno. Le giornate si accorciano, eppure il tempo buono per fotografare si allunga. Con il sole così basso la luce non è più preziosa soltanto all’alba e al tramonto: anche le ore centrali si fanno oblique, e il giorno intero diventa abitabile per lo sguardo. Meno luce, più ore. Ottobre toglie e regala con lo stesso gesto.
Ci sono giorni in cui l’umidità fa da filtro e tutto si ammorbidisce. Altri in cui il cielo si apre in un blu così intenso da sembrare duro. E ogni settimana la luce si fa un po’ più debole, un po’ più obliqua. È questa la sensazione che mi chiama fuori, a camminare, ad ascoltare, a fotografare: qualcosa sta finendo, e io voglio esserci mentre finisce.

Un sapere che viene dal campo
Niente di tutto questo arriva come un ragionamento. Non ho imparato la luce d’autunno sui libri. È un sapere che mi porto addosso. Nasce dall’essere stato nei boschi al mattino presto, quando il sole spunta sopra le punte dei larici. Nasce dall’essere rimasto sulle creste al calare della sera, quando gli alberi disegnano dietro di sé ombre lunghissime.
Nasce dal tornare. Negli stessi luoghi, nelle stesse stagioni, anno dopo anno, come mi è successo in trent’anni di cammini a Braies. Tornare in un posto conosciuto è un po’ come andare in montagna e tornare a casa: sai dove mettere i piedi, e puoi lasciare libero lo sguardo.
Una luce non si conosce studiandola, ma stando dove accade, finché il corpo ne impara il ritmo. È per questo che quella mattina sapevo dove andare, e quando.
La punta che si accende
Poi è arrivato un primo cambiamento. Le nuvole si sono colorate. E all’improvviso la punta del Piz Ot si è illuminata.
Prima solo la parte terminale, un frammento di neve accesa mentre il resto della parete restava in ombra. Poi, minuto dopo minuto, la luce è scesa. La parete si è fatta gialla, poi arancio, fino a riempirsi tutta.
Ed è qui che la frenesia mi ha preso. Ogni ottobre la sento: la spinta a fotografare tutto, a vedere tutto, a fare in continuazione, come se la luce si potesse mettere da parte. Di solito cerco di contrastarla, di non farmi travolgere. Ma la sua forza è potente, e a volte, onestamente, cedo.
Quella mattina un po’ ho ceduto. Ho scattato diverse fotografie, ho cambiato inquadratura, ho scattato ancora. Non so se sia un errore. Forse è solo il modo in cui il corpo risponde a una cosa bella che se ne va.
Fotografare ciò che sta per sparire significa accettare di non poterlo trattenere: la luce non si conserva, si attraversa.

Soddisfatto senza aver visto
Sono sceso con una scheda piena di file che non avevo ancora guardato. Non sapevo quale avrei scelto. La punta appena accesa, la parete intera, uno dei passaggi in mezzo. Verrà il momento di scegliere, e forse di dare a una di quelle immagini un peso, come racconto in perché stampare le fotografie.
Eppure ero soddisfatto. Di come è andata l’uscita: del buio, del freddo, dell’attesa, perfino della tensione. È una soddisfazione che non dipende dagli scatti.
Forse la luce d’autunno si fotografa così. Sapendo che la parte più importante resta fuori dall’inquadratura, nel corpo che ha aspettato al freddo e ha visto una cima accendersi.
E voi, quando una luce sta per finire, provate a trattenerla o la lasciate andare?
