Sentieri d’ottobre: camminare nel colore che cade
Ci sarà ancora un autunno?
Me lo chiedo ogni anno, più o meno in questi giorni, mentre aspetto i colori dell’autunno. All’inizio è solo un pensiero leggero, uno di quelli che si affacciano e poi se ne vanno. Poi, man mano che la stagione avanza, la paura che sia l’ultimo anno, l’ultimo autunno, prende peso. Diventa una presenza concreta. Un pensiero che si affanna nella mente mentre i giorni passano e l’arcobaleno vegetale prende forma, piano, senza fretta.
Scruto. E attendo.
Ogni anno la stessa storia
Gli stessi pensieri, gli stessi sforzi. Anche oggi è così.
Guardo il bosco con fare distaccato, come chi non si aspetta nulla. In realtà è una storia che racconto a me stesso: un piccolo inganno per non cedere alla frustrazione dell’attesa. Fingo di non guardare per non dovermi accorgere che non è ancora il momento.
C’è qualcosa di infantile in questo gioco, lo so. Ma c’è anche qualcosa di antico. L’attesa dell’autunno è una delle poche attese che non si possono accelerare: non c’è niente da prenotare, niente da organizzare, nessuna scorciatoia. Solo tornare, guardare, tornare ancora.
E ogni estate che si allunga, ogni settembre che somiglia ad agosto, rende quella domanda iniziale un po’ meno retorica.
Il colore come offerta
So che l’autunno scende dal cielo. E con lui i colori.
Comincia in alto, dove l’aria si fa sottile e le notti si raffreddano prima. Poi, giorno dopo giorno, cala. È come un’offerta elargita: non si prende, si riceve, nel momento e nella misura che non decido io.
Forse è questa la parte che amo di più del camminare d’autunno: accettare che sia il bosco a dettare il calendario. Non scegliere la meta, ma lasciarla emergere dalla stagione.
E man mano che il colore scende, scende anche la quota dei miei passi. È inutile avventurarsi in alto, là dove le tavolozze sono, se tutto va bene, sporadiche. Molto meglio rimanere a una quota nella quale i passi possano andare incontro agli arcobaleni. È lo stesso movimento che avevo seguito in primavera, ma rovesciato: allora salivo dietro alle fioriture, lasciando che fosse la montagna a decidere il passo. Ora scendo, incontro al colore che cade.
Ma non è ancora giunto quel momento.
Una faggeta ancora verde

Domenica scorsa ero per boschi, nelle mie faggete preferite. Odori e luci di casa.
I raggi del sole entravano decisi tra gli alberi, tagliavano l’aria in lame oblique. Ma l’atmosfera non era ancora quella dell’autunno colorato. Una dominante verde ricopriva ogni cosa: i sassi, i tronchi, i rami. Persino la luce sembrava passare attraverso quel verde ostinato.
Il cielo era colmo di luce. L’impressione era che avesse deciso di tenersi per sé tutti i colori dell’autunno.
Poi il lago. Quello che in altri momenti era stato in grado di trasportarmi altrove, l’ho ritrovato ansimante, consumato da un’estate che non ha risparmiato nulla. Ho ripensato a quanto avevo scritto sulle acque che si fermano, sulle pozze e sui laghi come specchi di montagna: quello specchio, domenica, restituiva poco. Un riflesso stanco. Anche il paesaggio, a volte, ha bisogno di tempo per tornare a sé.
Il faggio che si è acceso
Salendo ho colto sporadici segni. Un rosso qui, un giallo pallido là, troppo pochi per dire autunno.
Poi un albero mi si è presentato. Non saprei dirlo in altro modo: una presenza. Un faggio. Piccolo, illuminato dal sole appena sorto, completamente giallo.
Intorno a lui solo cespugli misti di mirtilli ormai rossi e ginepri rigogliosi. Nessuna foglia a terra. Tutte ancora avidamente attaccate ai rami, come se lasciarle andare fosse una decisione ancora da prendere.
Fotografarlo è stato un gesto lento. Non volevo prenderlo, volevo restituirlo così come mi era apparso: solo, acceso, in anticipo su tutto quello che lo circondava. Un’unica nota gialla dentro una partitura ancora verde.

Mi sono fermato. Perché lui sì e gli altri no?
Ogni volta mi interrogo su questo. Perché la trasformazione dal verde al giallo, e poi all’arancione, non è uniforme? Conosco la spiegazione dei libri: la clorofilla che si ritira, i pigmenti che affiorano. Ma non è quella la risposta che cerco. Davanti a quel faggio la domanda non era chimica. Era più semplice e più difficile insieme: cosa sa lui che gli altri non sanno ancora?
Di fronte a questa manifestazione non riesco a non stupirmi. E se mi stupisco, non riesco a non domandarmi il motivo. Lo stupore, forse, è proprio questo: una domanda che non chiede di essere chiusa.
Un bosco senza vento
Non c’era vento. Nemmeno un filo.
La totale assenza di vento fossilizza le chiome. Gli alberi stanno lì, immobili, come trattenuti. E vano è il tentativo di guardare in alto nella speranza di veder cadere qualche foglia. Sono rimasto con lo sguardo tra i rami, aspettando un movimento che non è arrivato.
Fermarsi non è cedere, mi ripeto spesso: la sosta ha senso anche quando non accade nulla. Domenica non mi ha restituito nessuna foglia in volo. Mi ha restituito l’attesa stessa, nuda, senza promesse.

Ho ripreso a camminare con quel faggio giallo ancora negli occhi. Il colore, quando arriverà, cadrà come cade sempre: senza annunciarsi, forse in un momento in cui non sarò lì a guardare.
E allora mi chiedo, come un bambino davanti a un mistero troppo grande:
le foglie, di notte, cadono?
