Prima della prima neve: le forme che c’erano già
Certe mattine i prati li ritrovo bianchi di brina. Anche i tetti delle case intorno, per un’ora o poco più, poi il sole li restituisce al loro colore. Tutto il resto brucia ancora di toni caldi, i boschi e l’erba ai margini dei campi, come se l’autunno non avesse nessuna intenzione di farsi da parte. Il freddo è arrivato a stento. La prima neve, quella che ricopre e trasforma il paesaggio, non ancora.
Eppure, se alzo lo sguardo, lassù qualcosa è già cambiato.
Zucchero a velo sulle cime
Solo le cime più alte si sono imbiancate. Più volte, in queste settimane, e più volte quel bianco se n’è andato. Il Piz dal Fuorn, il Piz d’Arlas. Una neve che pare zucchero a velo, che non ha peso, che sembra appoggiata più che caduta.
Non ricopre. Non nasconde. Si posa soltanto sulle superfici più esposte e non fa in tempo a coprire tutta la roccia. Ed è proprio questo il punto: dove la neve si ferma e dove invece scivola via, la montagna comincia a disegnarsi da sola.
Pieghe che d’estate non vedevo. Cenge, canali, il verso degli strati. Volumi che sotto la luce piena restavano piatti, una parete unica e grigia, e che ora prendono profondità. La neve leggera non cancella il paesaggio: lo mette in evidenza, come se qualcuno avesse ripassato a matita i contorni della montagna.
È un momento che si può vedere solo adesso, a inizio stagione. Fra qualche settimana sarà tutto diverso.

La grafite al contrario
C’è un gesto che conosco bene. Si appoggia un foglio bianco su una superficie ruvida e ci si passa sopra la grafite di una matita, piano, di lato. Le increspature affiorano. Quello che le dita non sapevano leggere diventa visibile all’occhio.
Guardando quelle cime spolverate mi è tornato in mente proprio questo. Solo che qui il gesto è rovesciato: la grafite è bianca e il foglio è nero. È la roccia scura a fare da carta, è la neve a fare da mina.
Anni fa, davanti a un bosco innevato, avevo pensato al carboncino su un foglio bianco, e a quanto invidiassi chi sa disegnare. Oggi mi sembra che la montagna faccia il lavoro da sé. Io devo solo stare lì e accorgermene.
E la cosa che mi colpisce di più è che niente di tutto questo è nuovo. Non sono forme nuove. Sono forme che c’erano già, e che aspettavano soltanto un velo per farsi vedere. Erano lì ad agosto, sotto il sole pieno. Erano lì a settembre, nella luce dorata. Invisibili ai miei occhi, non alla montagna.

Due stagioni nella stessa inquadratura
Quest’anno la luce dorata dell’autunno incontra la neve leggera, e il risultato è un paesaggio che sembra diviso a metà. In basso il caldo dell’autunno, che continua a bruciare nei sentieri d’ottobre. In alto il bianco dell’inverno che non è ancora arrivato. Due stagioni nella stessa inquadratura, una sopra l’altra, senza che nessuna delle due abbia ancora vinto.
In questi giorni sento la spinta a fotografare tutto. Di solito cerco di contrastarla. Questa volta faccio più fatica. Ogni cresta sembra chiedere di essere guardata ora, prima che il prossimo sole se la riprenda o che la prossima nevicata la copra del tutto.
Allora rallento. Mi fermo più a lungo nello stesso punto. Aspetto che la luce giri, che una piega della parete passi dall’ombra al chiaro. La fotografia, in queste settimane, è soprattutto attesa.

La prima neve e l’altra
Più ci penso, più mi accorgo che le nevi sono due.
C’è questa, di adesso, che si posa e se ne va. E c’è quella che verrà, la prima neve vera, quella che cade per giorni e resta. Quella sì che semplifica. Uniforma, arrotonda, cancella i dettagli. Riduce tutto a linea e superficie, a un orizzonte bianco contro il cielo.
C’è una neve che rivela e una neve che cancella: la prima moltiplica le forme, la seconda le riduce all’essenziale.
Ripenso spesso al libro di Paolo Costa, L’arte dell’essenziale. E mi chiedo se l’essenziale si ottenga sempre togliendo. Forse a volte l’essenziale è proprio ciò che finalmente si vede, quando un velo sottile si appoggia sulle cose senza coprirle.
Di ogni passaggio gentile tra una stagione e l’altra, questo tra autunno e inverno è forse il più breve. Arriva prima di quanto pensi e dura meno di quanto vorrei. Pochi giorni, a volte poche ore.
Sulla soglia
Quando leggerai queste righe, forse la neve vera sarà già arrivata. Forse il Piz dal Fuorn sarà già bianco da cima a fondo, liscio, quieto, semplificato. E le pieghe che ho visto in questi giorni saranno di nuovo invisibili, sotto un manto che non lascia passare niente.
Non mi dispiace. Ogni neve ha il suo modo di insegnare a guardare.
Ma porterò con me questa stagione di mezzo, fatta di brina sui prati e di zucchero a velo sulle cime. Il tempo in cui la montagna, per qualche giorno, si lascia leggere come un rilievo sotto la matita.
Cos’altro c’è sempre stato, intorno a noi, che vediamo solo quando qualcosa lo sfiora appena?
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