
Amo le retrospettive fotografiche perchè permettono di farsi un’idea abbastanza precisa dell’attività che un fotografo ha portato avanti nel corso della sua vita.
L’immagine dell’empresente raccoglie 223 fotografie di Fosco Maraini scattate tra il 1928 ed il 1971.
Ho sempre pensato a Maraini come ad uno degli esponenti principali di quel modo di fare reportage che nel ‘900 ha permesso di conoscere ed allargare, oltre che con la fotografia, un universo che altrimenti difficilmente sarebbe andato oltre al perimetro del quotidiano.
La mostra presentata dal MUSEC di Lugano, raccoglie quindi moltissimo materiale suddiviso poi in 14 sezioni che logicamente raccontano, in ordine cronologico, l’attività di Maraini.
Dalle fotografie esposte emerge prepotente l’approccio etnografico del lavoro di Maraini. In particolare mi hanno affascinato molto le sezioni dedicate al Giappone. Paese che da qualche anno sta alimentando parte delle mie fantasie e dei miei interessi.
Tra queste devo dire che il reportage sulle pescatrici di Hèkura è un qualcosa di eccezionale. Non solo per le difficoltà tecniche che Maraini dovette affrontare, in mostra sono presenti 3 “scafandri” che furono realizzati in loco per utilizzare le macchine fotografiche sott’acqua, ma soprattutto per lo spaccato di una tradizione millenaria che già allora era destinato all’oblio.


La mostra L’immagine dell’empresente, visitabile fino al 19 gennaio 2025, è allestita all’interno della spledida Villa Malpensata di Lugano sede appunto del MUSEC.
Dal comunicato stampa del MUSEC:
Il percorso dell’esposizione curata da Francesco Paolo Campione, direttore del MUSEC,
restituisce le sfaccettature della fotografia di Maraini: una fotografia di uomini e culture; di
paesaggi che si aprono sull’infinito; di architetture d’interni in cui si riverberano le geometrie
segrete del mondo interiore; di particolari che si svelano fra le trame di una realtà interpretata
con intelligenza rara e descritta con una colta e finissima estetica. Sono immagini «carpite
all’empresente», come Maraini amava dire con uno dei suoi sorprendenti neologismi. Immagini,
cioè, colte in quell’attimo irripetibile in cui all’occhio è dato percepire le movenze del cuore e
dell’anima. Sempre con sguardo lieve e una sottilissima ironia, come il Cittadino della Luna in
Visita d’Istruzione sulla Terra, il «citluvit» da egli teorizzato, che osserva silenziosamente e
registra ogni cosa, che si appassiona fino a innamorarsi dell’oggetto del suo studio, ma che
resta distaccato dalle cose perché «capire è il fine ultimo di tutta l’operazione».
Chiudo con questa citazione dal libro di Maraini “Ore giapponesi”:
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