Scendere è un altro viaggio: la saggezza del ritorno
È il 19 luglio 1989. Ho quindici anni, uno zaino troppo pieno e la spensieratezza tipica di chi non sa ancora cosa lo aspetta. Davanti a me, per la prima volta, le Tre Cime di Lavaredo. Di quel giorno ricordo poco: la luce, forse, il fiato corto della salita. Quello che invece non ho più dimenticato è stata la discesa.
Il giorno delle Tre Cime
Eravamo una trentina, ragazzini di un campeggio parrocchiale al termine del primo anno di superiori. “Gita lunga” la chiamavano, quelle uscite che tenevano fuori tutto il giorno. Il cuore leggero, sospinto in alto dallo splendore di una montagna che per qualcuno di noi sarebbe diventata poi ragione di vita, per altri solo una comparsa. Mangiato l’immancabile panino, salutata la montagna, ci incamminammo verso il rientro lungo il sentiero 105. Quello che ha segnato un prima, ma soprattutto un dopo.
Il sentiero che si perde
Dopo un tempo che oggi mi risulta impossibile da stimare, perdemmo la traccia. Una sosta, immagino per consultazione tra gli educatori, e poi la decisione: procedere lungo una linea “ideale” che dalla cartina sembrava ricongiungersi al sentiero dell’andata. Un canalone detritico, massi accatastati da frane vecchie e nuove, ci accolse in tutta la sua asperità. Con quella discesa è arrivata chiara l’importanza di conoscere il territorio e di saper leggere correttamente la cartografia, una lezione che nessun libro avrebbe potuto insegnarmi con altrettanta durezza.

Mano nella mano nel canalone
Ci venne detto di metterci a coppie, mano nella mano, per aiutarci lungo la discesa. Ignari dei pericoli, noi adolescenti accogliemmo quella deviazione come un’avventura fuori programma di prim’ordine. Quante ore ci mettemmo, oggi, non saprei dirlo. So che quando arrivammo ai pulmini la sera stava già guadagnando i suoi spazi. Sfiniti ma esultanti, ci costruimmo sopra epici racconti che negli anni sarebbero diventati pietra miliare della nostra crescita di gruppo.
Chi cammina la montagna da tempo lo sa: l’ascesa è promessa, ma è nella discesa che si misura davvero l’esperienza. Lo racconto meglio, forse, quando parlo del valore della fatica, di come niente e nessuno regali ciò che si vuole, e di quanto più difficile sia il traguardo, tanto più soddisfacente la sua riuscita. In quel canalone, però, non stavamo conquistando nulla. Stavamo solo, semplicemente, tornando.
La pratica del ritorno
Di quella discesa, quello che mi sono portato a valle, e che negli anni è diventato il mio modo di camminare la montagna, è la consapevolezza che il “tornare a casa” è l’imperativo che deve restare sempre acceso. Come una lampadina che non si spegne mai, a ricordare che dopo ogni ascesa arriva il momento di rientrare. Con quella discesa è arrivata anche la prima occasione, allora ancora inconsapevole, di accogliere la possibilità di aver sbagliato strada, e insieme la possibilità di poter tornare indietro.
È forse questo l’insegnamento più prezioso che la montagna può offrire: non la vetta, ma il ritorno. Ne scrivevo già a proposito di John Muir, quando raccontavo di come andare in montagna sia, in fondo, andare a casa: un pensiero che quel pomeriggio di luglio, senza saperlo, avevo già vissuto sulla mia pelle, tra i massi di un canalone senza nome.

Quarant’anni dopo
Da quella discesa tornammo tutti a casa sani e salvi. Non so quanti di noi abbiano poi avuto piena consapevolezza di cosa ci fu fatto affrontare quel giorno. So però che a distanza di quasi quarant’anni, basta evocarlo intorno a una tavola colma di bicchieri di birra perché tutti tornino immediatamente a quell’avventura. Il canalone, il sentiero perso, le mani strette. Non è nostalgia. È qualcosa che assomiglia di più a una radice.

Ogni volta che oggi imbocco un sentiero verso valle, con quella luce che cambia inclinazione e il passo che si fa diverso da quello della salita, ripenso a quella lampadina accesa. E mi chiedo: quante delle vostre montagne più importanti, quelle vere, non le avete misurate salendo, ma tornando?
