I colori del primo autunno in quota
Sono mesi che guardo gli stessi larici dalla stessa finestra. A gennaio erano decorati uno per uno, come se qualcuno si fosse preso la briga di passarli in rassegna col pennello. A febbraio la neve si disponeva orizzontale sui rami e il paesaggio sembrava inciso. Il ventitré di marzo è stato il primo giorno in cui il sole ha toccato le punte: me lo sono annotato, perché era una notizia. Ad aprile erano ancora spogli e viravano al viola. Poi hanno inverdito, e per tutta l’estate non ho avuto più niente da scrivere su di loro.
Qualche giorno fa, seduto davanti alla stessa finestra, il mio sguardo ha colto un cambio di registro.
Una luce che si vela
Guardavo il tetto della casa qui di fronte illuminato dal sole e ho colto una luce diversa. Ancora potente, ma più densa di quella estiva.
D’estate la luce picchia dall’alto e appiattisce tutto: guardi un versante a mezzogiorno e vedi una superficie sola, senza pieghe. Ci sono giornate in cui esco con la macchina fotografica e torno senza niente, non perché non ci fosse niente, ma perché non riuscivo a vedere. Adesso la luce si vela, i colori si fanno più densi, e tornano fuori i dettagli.
Proprio quelli. Quelli che mi interessano, quelli su cui si regge tutto quello che provo a fare, quelli che cerco di restituire quando fotografo un paesaggio.
Non mi piace parlare di perdita, di fine o di nuovo inizio. Tutte accezioni umane su un paesaggio che invece vuole semplicemente essere. Il verde non se ne sta andando: sta solo smettendo di coprire.

Un pettine, non una volta
In quota funziona diversamente che giù. Nelle faggete dell’Appennino l’autunno è una festa: le chiome si chiudono sopra la testa, i toni caldi creano un’alcova, e camminarci dentro è come essere presi per mano e accompagnati lungo il sentiero, quasi ci fosse una guida. È una sensazione che riconosco anche in altre stagioni, in altri boschi, quando l’inverno chiude tutto in un unico silenzio.
Qui sopra no. Il larice è secco, sottile, sta per conto suo.
Non fa volta, fa pettine.
E soprattutto non cambia tutto insieme: ognuno tiene il proprio calendario, così per settimane il bosco è una scala disaccordata di verdi acidi, di gialli, di aranci, e in mezzo, sempre, c’è quello che non ci sta.

L’eccezione che ferma lo sguardo
Un paio di anni fa, davanti a una macchia di verde piantata in mezzo a un caleidoscopio di gialli e di rossi, mi sono ritrovato a chiederglielo davvero: chi sei tu che resisti all’autunno? Non ho trovato una risposta, ma ho solo notato che l’occhio ci va dritto. Che in un bosco che cambia, la cosa che ti ferma non è il cambiamento: è l’eccezione.
Tornare sempre nello stesso punto
Per cogliere questo passaggio non serve andare lontano. Serve tornare. Nelle ultime settimane mi sono ritrovato più volte alla stessa finestra, alla stessa ora, con la stessa tazza in mano, a controllare se qualcosa fosse cambiato dal giorno prima. Quasi sempre no. Poi, un mattino, la luce arriva con un’angolazione diversa e il verde di un ramo sembra improvvisamente più stanco.
È una forma di attesa che assomiglia a quella che uso in uscita con la macchina fotografica: non cercare, ma lasciare che sia il paesaggio a segnalare quando è pronto. La differenza, in questo caso, è che il paesaggio non lo raggiungo io: è lui che arriva fino a qui, fino al vetro, senza che io debba muovermi di un passo. Basta guardare con costanza lo stesso punto, per accorgersi che nulla, in natura, cambia mai tutto insieme e in un colpo solo.
Il tripudio già scritto
Da qui a poco più di un mese so già cosa accadrà. Conosco le cromie, le luci, l’aria. È come se il paesaggio fosse addomesticato, servito già pronto. E in quel tripudio di bellezza tutto è già stato scritto, lì dentro non c’è niente da vedere che non si sia già visto.
Ogni anno mi riprometto di fare diverso. Di guardare con un piglio laterale. Di ricamminare gli stessi sentieri. In sintesi, di vivere questo cambiamento, non solo di fotografarlo quando sarà compiuto: è lo stesso proposito che mi guida ogni volta che torno su un percorso già conosciuto.
Una linea di demarcazione
Perché inevitabilmente arriverà il giorno che, affacciandomi alla finestra, di colpo tutto sarà diverso, anche se sarà lo stesso del giorno prima. C’è un momento che è un miscuglio di luce, colori, temperature che segna una linea di demarcazione. Un prima e un dopo, ed ogni anno è diverso.
Ecco, io gli sto andando incontro.

