Sentiero nel bosco dello Yoho National Park, British Columbia, con luce diffusa tra gli abeti

L’incontro che non cercavi — quando il sentiero decide per te

Vengo da una pianura che non lascia scampo. Una pianura dove ogni metro di terra è stato deciso, misurato, assegnato. Niente è lasciato a se stesso. Niente accade per caso, o almeno così sembra. Se a bordo strada vedo un fagiano alzarsi in volo, o una poiana immobile su un palo, mi fermo. Mi emoziono. È già selvatico abbastanza.

Questa è la geografia da cui parto ogni volta che calzo gli scarponi. E ogni volta che mi incammino dentro un bosco, dentro un sentiero di montagna, porto con me quella speranza un po’ infantile di incontrare un animale. Un incontro vero, non quello del documentario o del film. Qualcosa che accade davanti agli occhi aperti, non attraverso uno schermo.

Ma lo porto anche con me quel timore sottile. Una paura che assomiglia a quella del bambino che apre una porta buia: la soglia va attraversata, eppure il cuore batte un po’ più forte.

Il luogo che non conosci

Yoho National Park, British Columbia. Direzione Yoho Lake.

È uno di quei luoghi dove capisci subito di non essere il protagonista. Il bosco è alto, denso, antico. Gli alberi non ti guardano, semplicemente esistono, con una solidità che mette in discussione la tua presenza. Il sentiero sale lento, quasi con indifferenza. Il silenzio qui ha una qualità diversa: non è assenza di rumore, è presenza di qualcos’altro.

Cammino in silenzio, come preferisco fare quando voglio ascoltare invece di parlare. Il ritmo del passo diventa il ritmo del respiro. I pensieri rallentano, poi si allargano, poi scompaiono. Rimane il bosco, il piede che scende sulla terra, il profumo di resina e umidità.

Ero lontano dalla mia quotidianità in un modo che andava oltre i chilometri. Lontano dalla pianura, lontano dal rumore che considero normale. In certi luoghi il corpo sente questa distanza prima della mente. Si allarga qualcosa, nel petto.

Il giro dell’angolo

Poi accade.

Giro l’angolo del sentiero e mi fermo. A pochi metri, un giovane cervo. Immobile anche lui. Ci guardiamo.

Non so dirti quanto è durato. Secondi che si sono dilatati fino a sembrare minuti. Il cuore in gola, almeno il mio. Forse anche il suo, chissà. La grande, acuta consapevolezza di essere un intruso. Di essere arrivato in un luogo che non mi appartiene, che non ho diritto di pretendere come mio.

In quell’istante ho pensato alla macchina fotografica nello zaino. Ho pensato di aprire la zip, di estrarre il corpo macchina, di fissare quell’incontro in un fotogramma. Ma sapevo già che non si poteva fare. L’atto di aprire lo zaino avrebbe rotto qualcosa di fragile e invisibile. Un filo teso tra due creature che si studiano.

Ho lasciato perdere la macchina fotografica. Ho lasciato che la memoria visiva si imprimesse sulla cornea, senza mediazioni.

Questa è forse la lezione più difficile per chi fotografa: capire quando il gesto giusto è non scattare. Ne ho scritto in un altro post, ragionando su quando la fotografia è restituzione e quando è invece sottrazione — qui era chiarissimo quale dei due fosse il momento.

Cosa resta quando l’animale scompare

Il cervo se n’è andato senza fretta. Con quell’eleganza innata che non si impara, che appartiene a chi è sempre stato selvatico. Si è inoltrato nel bosco, tra i tronchi, e in pochi secondi era scomparso. Come se non fosse mai stato lì.

Sono rimasto fermo ancora un po’. Il cuore che rallentava. Il respiro che tornava normale.

Sono passati sedici anni. I ricordi tendono a sfumare, lo so. I dettagli si erodono come pietre nel torrente: rimane la forma, non la superficie. Eppure ogni volta che ci ripenso, sento ancora quel moto nel petto. Quella cosa piccola e precisa che assomiglia alla meraviglia.

Non ho una fotografia di quel cervo. Non ho un file nella cartella del 2009, nessuna stampa da guardare. Ho solo la memoria, che è già tutto.

L’incontro che decide per te

Camminare in montagna insegna, tra le molte cose, che non sei tu a scegliere i momenti. I momenti ti scelgono. Il sentiero decide quando svoltare, quando fermarsi, quando aprire una visuale o chiuderla nel bosco. Tu puoi scegliere di essere presente, di camminare lento abbastanza da non perdere quello che accade. Niente di più.

Ho cercato mille volte un incontro simile. Ho spiato tane, ho aspettato all’alba vicino a pozze d’acqua, ho lasciato lo zaino fermo e mi sono seduto in silenzio su una roccia. A volte qualcosa accade, a volte no.

Ma l’incontro che ti rimane davvero è quasi sempre quello che non cercavi. Quello che ti trova mentre stai semplicemente camminando, senza aspettarsi nulla, senza zaino fotografico aperto, senza aspettativa.

C’è qualcosa in questo che vale anche fuori dai sentieri, credo. Qualcosa che ha a che fare con la disponibilità, con il lasciare spazio. Nelle passeggiate in solitaria che mi hanno insegnato di più, ho imparato a riconoscere questa qualità dell’attenzione: non una ricerca attiva, ma una presenza disponibile.

Cosa porta con sé un incontro

Ci sono fotografie che non ho. Sono, in alcuni casi, le più importanti.

Non perché rinunciare scattare sia sempre la scelta giusta — sono un fotografo, scatto, è il mio modo di ascoltare il paesaggio. Ma perché a volte l’atto del restituire richiede qualcosa di diverso dalla fotografia. Richiede di stare. Di guardare senza mediazioni. Di portare via solo quello che la memoria decide di tenere.

Quel cervo nel bosco canadese è ancora con me, sedici anni dopo. È diventato qualcosa che non so nominare del tutto: un punto di riferimento interiore, una misura di quello che cerco ogni volta che mi incammino.

Forse cerco ancora quell’incontro. Forse cerco la qualità di attenzione che mi ha permesso di viverlo davvero, anche rinunciando all’immagine.

Quale incontro ti è rimasto, tra tutti quelli che hai vissuto su un sentiero?

Se ti interessa approfondire il rapporto tra presenza e fotografia in montagna, puoi esplorare il mio archivio di riflessioni sul camminare lento — o iscriverti alla newsletter per ricevere i nuovi post direttamente.

Se questo articolo ti ha dato qualcosa…

…ti piacerà Il Cammino Interiore: 12 riflessioni fotografiche via email, una al mese. Lentezza, paesaggio, presenza.

Ricevi subito La Cura dello Sguardo: un’immagine in alta risoluzione + una riflessione sulla fotografia contemplativa.

* indica requisiti obbligatori

Acconsento a ricevere Il Cammino Interiore via email, in conformità al GDPR.

✓ Una email al mese  |  ✓ Cancellazione in un click  |  ✓ 340+ persone già nel cammino

Articoli simili

  • Shinrin-yoku

    Shinrin-yoku ovvero bagno nella foresta o meglio una pratica per trarre giovamento dall’ambiente della foresta. Scopro oggi questo termine che tra l’altro è piuttosto giovane, viene infatti coniato in Giappone nel 1982 come risposta ad un malessere generale figlio del boom tecnologico e dei conseguenti effetti negativi sulla popolazione delle città. Lo shinrin-yoku altro non…

  • Attorno al fuoco

    Claudio Damiani, da Attorno al fuoco Qualcuno potrebbe dire: ma che stai dicendo?I monti fanno una vita dura,non si parlano mai, sono scorbutici,si trattano male, trattano tutti male,sono duri come la pietra, non capiscono niente.E invece io dico: sei tu che non capisci niente!I monti sono molto gentili, vedono più cose di noi,hanno un udito…

  • Micro adventure: Salse di Nirano

    Abbiamo fatto nostro il concetto introdotto e reso popolare da Alastair Humphreys di microadventure. Innanzitutto perché non sempre è possibile imbarcarsi in avventure impegnative sia in termini di tempo che di organizzazione, inoltre l’avventura, big o micro che sia, è sempre dietro l’angolo, basta saperla cercare. Secondo la definizione di Alastair, una microadventure per essere…

  • Intruso

    Mi tolgo un piccolo sasso dallo scarpone che non so come è riuscito ad infilarsi tra la calza e la parete posteriore dello scarpone destro. Controllo il calcagno, sembra tutto a posto. Faccio lo stesso con il piede sinistro. Mi guardo intorno per tirare fiato. Non è male starsene qui seduti. L’idea di rimettermi lo…

  • Rotazione

    In quell’eterno moto di rotazione di tutto e tutti, spesso ci dimentichiamo, proprio perchè siamo parte del sistema, che ci sono forze in movimento che semplicemente diamo per scontate e quindi col tempo divengono consolidate, normali, non meritevoli di attenzione. Poi però arrivano gli “schiaffi” e ti ritrovi tra le mani un oggetto talmente impossibile…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *