Pausa caffè

L’altra sera mentre cercavo di addormentarmi ho realizzato che è un po’ di tempo che diverse persone, o sempre più persone, mi raccontano di amici e parenti malati o morti di tumore.
E allora, nella penombra della camera da letto mentre i fari delle auto trapassano le persiane proiettando fasci luminoso come in Blade Runner, sono tornato a quei giorni del gennaio del 1992, l’anno delle olimpiadi di Albertville quelle in cui Tomba vince lo slalom gigante per intenderci. Il ’92 è anche l’anno di Maastricht per chi se lo ricorda.
Ma poi nel ’92 sono successe un botto di cose, del tipo che è iniziata la guerra in Bosnia Erzegovina e che San Marino è entrata nelle Nazioni Unite.
Ci sono le olimpiadi estive a Barcellona. Insomma, succedono un sacco di cose nel 1992.
Io, nel 1992, in quel gennaio, ho già 18 anni. Bella età quella dei 18 anni, quando ti sembra di avere la vita in pugno che si srotola liscia davanti a te e ti senti in grado di spaccare le pietre solo con la forza del pensiero.
Ecco io, in quei giorni di gennaio, è quando diagnosticano un tumore a mio padre.
Mi ricordo che era un mercoledì. Il numero non me lo ricordo, poteva essere l’8, il 15 o il 22. Ma non il 29. Poco importa.
Me lo ricordo perchè a quell’epoca, di mercoledì, per chi frequentava la parrocchia, c’era la messa dei giovani. Che poi altro non era che una scusa per uscire di casa la sera in mezzo alla settimana. Chi poteva limonava, gli altri sparavano le solite cazzate da adolescenti.
E ricordo di come appartato con Luca, uno dei miei educatori e mio migliore amico dell’epoca, non riuscissi in nessun modo a pronunciare quelle parole.
Era come se mi avessero colato del cemento a presa rapida in gola.
Nemmeno grugnire ero più in grado.
E quindi, dopo diversi tentativi, finalmente ricordo che riuscii a sputare letteralmente fuori quell’enormità seguita da un fiume di lacrime.
Incapace di comprendere. Incapace di accettare. Capacissimo però di costruire un futuro nero come la pece. Futuro che poi, come da miei programmi, si realizzò da lì ad appena 11 mesi.
Oggi, dopo l’ennesimo racconto di fronte al quale taccio, perchè le parole non esistono per descrivere queste cose della nostra vita, io per lo meno le parole non le ho, le ho perse ormai da 33 anni.
Dicevo, oggi, dopo l’ennesimo racconto di questi drammi, mi sono seduto di fronte al finestrone che dà verso i boschi e le montagne che sto imparando a conoscere e semplicemente guardo questi fiocchi sparsi cadere.
I tetti sono diventati metà neri e per l’altra metà rimangono bianchi. Che la stagione non sta certo ad aspettare i miei tempi. Qui si viaggia alla velocità della luce.
E’ nella mia, nostra natura, cercare sempre una spiegazione, una risposta. Forse però sono tutte energie sprecate. Io almeno non ho più molta voglia di investire energie in queste cose.
Voglio semplicemente andare lì fuori.
Camminare boschi, salire montagne, nuotare laghi.

Senza scopo altro se non quello di vivere, di essere, di stare, di assorbire, di sperimentare, di scoprire. Potrei quasi farci un manifesto con queste intenzioni…
Adesso si è alzato il vento e i fiocchi sparsi ora cadono orizzontali.
Cadono… bah forse meglio dire scendono che poi dove vadano a cadere è piuttosto difficile da capire.
Non so nemmeno se ci arrivano a terra questi fiocchi sparsi.
Lennon diceva «La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti», ma gli altri progetti poi quali sono John?
Quindi caro John cosa dovrei fare? Abbandonarmi definitivamente al qui ed ora? E smettere allora di fare progetti.
Ma in fondo che cavolo è un progetto se non vita!
Chiudo perchè è uscito il sole. Perchè quando le ombre appaiono nella loro forma e sostanza è il momento di riprendere a scrutare l’orizzonte, non certo in cerca di un approdo, ma in cerca di un nuovo angolo da esplorare.
