Cresta rocciosa in luce piatta
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Il vuoto necessario: quando la vetta è dentro

C’è un momento, appena dopo l’ultimo passo, in cui mi aspetto sempre la stessa cosa: che qualcosa dentro di me si riempia. Ho salito per ore, a volte per giorni di preparazione prima ancora di mettere lo zaino in spalla, e mi sembra ragionevole pensare che alla fine ci sia un premio ad aspettarmi, qualcosa che compensi la fatica con la stessa moneta. Invece, ogni volta, trovo un buco.

Il fiato che non trova resistenza

Non è un buco che fa male. È più simile a un fiato trattenuto troppo a lungo, che improvvisamente non ha più nulla da trattenere. Mi torna in mente lo spirometro delle vecchie visite da ragazzo, quando spingevo il fiato dentro quel tubo senza mai incontrare resistenza, solo un vuoto che continuava ad aprirsi davanti a me. Il corpo si ferma, ma dentro non si ferma niente: continua a muoversi come se la salita non fosse finita, come se avesse dimenticato di avvisare la mente che si può, finalmente, smettere. Le mani sudate dentro i guanti, il cuore che rallenta a scatti, il freddo che ricomincia a farsi sentire adesso che il movimento non lo tiene più a bada.

Il mondo non si accorge del traguardo

Fuori, in quei minuti, il mondo fa esattamente quello che ha sempre fatto. Il vento non aspetta che io sia pronto per ricominciare a soffiare: occupa subito ogni spazio che il mio respiro affannato ha lasciato libero. Non c’è applauso, non c’è una voce che dica ce l’hai fatta. C’è soltanto lo spazio, enorme e indifferente, che continua a esistere sia che io sia arrivato sia che non ci fossi mai stato. Il paesaggio non si accorge del traguardo. Il traguardo, mi rendo conto sempre in ritardo, è solo mio, e non è detto che il posto dove l’ho messo abbia intenzione di ospitarlo.

Anzi, per esperienza posso dire che i traguardi, più sono importanti, meno spazio trovano per abitare dentro di me.

Restare o voltare i tacchi

Quello che faccio, in quei minuti, decide tutto.

A volte giro semplicemente i tacchi e comincio la discesa nell’attimo stesso in cui è finita la salita: sto già scendendo con il corpo prima ancora di essermi voltato. Altre volte resto fermo più del necessario, senza una ragione tecnica per farlo, non c’è vento pericoloso, non c’è luce che cala, resto perché qualcosa in me chiede tempo, non spazio. Ed è proprio in quelle volte più lunghe che il buco si riempie di qualcos’altro: non di trionfo, ma di attenzione. Guardo per il gusto di guardare, senza fotografare, senza nemmeno pensare a come racconterò questo momento a chi non c’era. In quei minuti il vuoto non sparisce, resta, ma cambia mestiere: da assenza diventa spazio.

È un’attitudine che ritrovo, quasi identica, in una vecchia riflessione su silenzio, questo sconosciuto, dove la sosta immobile diventava l’unico modo per lasciare che qualcosa, oltre al rumore dei pensieri, potesse finalmente emergere. Là il silenzio andava cercato tra i rumori del bosco. Qui, in vetta, è già dato: il problema non è trovarlo, ma restarci dentro abbastanza a lungo da lasciarlo lavorare.

Scarponi appoggiati a terra

Il vuoto che nutre

Mi chiedo da tempo se questo vuoto sia un difetto della vetta o una sua caratteristica necessaria, qualcosa che serve anche quando fa male. Non ho ancora una risposta definitiva, ma ho cominciato a sospettare che il vuoto sia indispensabile proprio perché non trattiene. Se in cima trovassi davvero un pieno, una soddisfazione completa, senza resti, perché dovrei più tornare a valle? Perché dovrei desiderare, la settimana dopo, un’altra montagna? È proprio perché lassù non trovo mai abbastanza che riesco a rimettermi lo zaino in spalla la volta successiva senza sentirlo come una condanna. Il vuoto è quello che mi lascia ancora affamato, non della vetta in sé, ma del cammino che mi ci porta.

Quando il vuoto è soltanto vuoto

C’è dell’altro, però, che non torna con questa spiegazione così comoda. Perché a volte, nel vuoto, non sento fame: sento solo la fatica, quella vera, che non ha niente di poetico e chiede solo di essere portata a valle senza troppe domande. In quei giorni il vuoto non è indispensabile per niente, è solo vuoto, punto. E l’unica differenza che sono riuscito a isolare, tra le volte in cui il vuoto diventa carburante e le volte in cui resta solo un buco, è quanto tempo mi sono concesso di restarci dentro prima di girarmi. Non il paesaggio, non la quota, non la difficoltà della salita. Solo quello: quanto ho aspettato prima di slacciare gli scarponi.

Il vertice di un pendolo

Forse la vetta non è mai stata il punto: è sempre stata il vertice di un pendolo, il momento in cui il moto si ferma un istante prima di invertirsi. E forse il vuoto che ci trovo non è né premio né castigo, ma semplicemente la condizione perché quel pendolo possa tornare a oscillare. Un punto pieno non lascerebbe spazio al ritorno: mi terrebbe lì, soddisfatto, senza ragione di cercare ancora. Un punto vuoto, invece, mi rimanda giù, e da giù, prima o poi, mi rimanda su.

È la stessa domanda, in fondo, che mi ero già posto tempo fa parlando di un bivio ben diverso, quello di una vecchia poesia su una strada non presa: cosa scegliamo davvero, quando crediamo di scegliere.

Non so ancora se questo basti a chiamare il vuoto indispensabile, o se sia solo il modo più elegante che ho trovato per convivere con qualcosa che, in fondo, continua a deludermi ogni volta. Quello che so è che non ho mai incontrato, in vetta, la pienezza che immaginavo da valle. Ho incontrato, ogni volta, la domanda su cosa fare di quel vuoto: restarci dentro, o scappare subito verso il prossimo passo.

E voi, quando arrivate dove pensavate di dover arrivare, cosa trovate ad aspettarvi: un pieno, o una domanda?

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